
Ricordata da Giovanni Baglione come opera dipinta da Caravaggio “per li signori Costi”, "Giuditta che taglia la testa a Oloferne” è unanimamente considerata uno dei massimi capolavori di Caravaggio.Il dipinto (olio su tela, 145 x 195 cm) venne realizzato nel 1599 ed è citato nel testamento di Ottavio Costa (1632), uno dei più grandi ammiratori di Caravaggio. Dopo quest’ultima apparizione, della tela non si sa più niente fino al 1951,quando l’allora proprietario Vincenzo Coppi la fece restaurare da Pico Cellini. Riconosciuta subito la mano del celeberrimo artista, l’opera venne fatta uscire allo scoperto attraverso una mostra sul Caravaggio curata da Roberto Longhi, presentatavi come un meraviglioso cammeo. Le vicende della tela in questi anni sono ancora parzialmente avvolte dal mistero: solo grazie alle scoperte di Costa Restagno e Terzaghi si è dichiarato che il dipinto rimase nelle mani dei Coppi fino al 1846, quando la Congregazione degli Operai della Divina Pietà la vendettero all’asta. L’opera venne acquistata da Antonio del Cinque Quintilli, il cui discendente Vincenzo Coppi la cedette allo Stato nel 1971. Oggi è conservata alla Galleria nazionale di arte antica di Roma.L’affascinante e seducente storia di Giuditta viene tratta dal libro dell’Antico Testamento che porta il nome dell’eroina. Questo libro è considerato come libro sacro dai cattolici e dagli ortodossi, mente apocrifo dagli ebrei e dai protestanti: proprio per questo motivo si pensa che la scelta del soggetto abbia un potente significato antiluterano. Nella Bibbia si narra di questa bellissima e ricca vedova, che viveva nella città assediata dal generale assiro Oloferne. Stanca di vedere il suo popolo morire di fame e di sete decide di smettere le umili vesti da vedova e indossa i suoi abiti più belli. Con il suo fascino riesce a sedurre il generale nemico e a decapitarlo, dopo essere stramazzato sul letto completamente ubriaco dopo un ricco banchetto.La Giuditta è senza dubbio un’opera cruenta e feroce, ma nonostante il suo impatto visivo rispetta molto fedelmente le descrizioni bibliche. Partendo ad esempio dall’acconciatura della protagonista, Caravaggio dimostra di conoscere approfonditamente le Sacre Scritture: corrisponde infatti la frase “spartì i capelli del capo” con la rappresentazione della riga centrale della giovane. Lo stesso vale per gli orecchini, espressamente citati nei versetti sacri (abbiamo anche delle ipotesi avanzate nel corso degli anni da diversi critici che ci identificano gli orecchini di perla come dei gioielli appartenuti al committente del quadro). Sempre rapportandoci alla giovane eroina, è importante soffermarsi sulle sue labbra. Appena corrucciate e dischiuse sembrano sussurrare qualcosa, precisamente “Confirma me , Domine Deus Israel, in hac hora” , preghiera a Dio per darle la forza di continuare il suo gesto. Anche in questo caso si è ripreso chiaramente il passo della Bibbia.’ stato proposto che la bellissima modella che ha prestato le sue fattezze a Giuditta fosse in realtà proprio Beatrice Cenci ( decapitata l’11 settembre 1599), ma più probabile è l’ipotesi di Fillide Melandroni, una delle tante amanti prostitute di Caravaggio.Spostando l’attenzione su quella che è la “vittima” della scena è impossibile non notare la disperazione e la disumana espressione di Oloferne. Il gigante, steso sul letto è rappresentato nell’istante cruciale della vita di ogni uomo: Caravaggio è riuscito infatti a rendere il momento del trapasso tra la vita e la morte. Il tiranno non è più vivo, come dimostrano gli occhi rovesciati all’indietro, ma non è neanche morto, poiché le mani si aggrappano ancora disperatamente al lenzuolo, le membra sono contratte e la bocca ancora emette urli disperati. In seguito a recenti radiografie, è emerso che la testa era più attaccata al collo. Giuditta infatti dovette dare ben due colpi al nemico per staccargli totalmente il capo. Nel momento raffigurato non si è ancora adempito l’omicidio definitivo, tanto che Giuditta non solo tiene ferma la testa, ma la tira verso di sé come se volesse aiutarsi a staccarla. I suoi muscoli appena contratti denunciano una tensione mitigata da una forza immensa che viene da Dio. Caravaggio ha voluto così rappresentare due momenti precisi dell’evento: sia la prima sciabolata che il momento intermedio, servendosi solo di pochi centimetri in più sull’allargamento della ferita.I due soggetti sono in ampio contrasto fra loro: la delicatezza e i lineamenti puri della donna si mescolano in modo quasi gotico con l’aitante uomo atletico in preda alla disperazione e al dissanguamento.Il contrasto è evidenziato anche dalla vecchia ancella dietro Giuditta: la sua espressione corrugata e piena d’orrore è in netta differenza con la bellezza algida della giovane vedova. Anche nelle azioni le due donne differiscono: l’una è attiva e scattante pronta a recidere la testa del tiranno, mentre l’altra aspetta con una bisaccia aperta di raccogliere i resti dell’esecuzione. Caravaggio sceglie un clima feroce e tragico per la scena: le urla dell’ucciso, i colori forti sul rosso e gli schizzi di sangue che sgorgano copiosi dal collo stridono con l’appena pronunciata espressione della bocca di Giuditta.L’artista era solito partecipare alle decapitazione pubbliche per osservare come i condannati reagivano, le loro grida, le loro azioni e le loro espressioni di terrore, tanto che il tema della morte e della tragedia ricorre molto spesso nella sua produzione artistica (vedere Medusa degli Uffizi). Ne “La Giuditta che taglia la testa ad Oloferne” si tratta per la prima volta un soggetto drammatico, cruciale anche nell’iter compositivo e stilistico: si tratta infatti di una tela che rappresenta il momento di passaggio tra la pittura giovanile e quella naturalistica.Nella Giuditta Caravaggio si serve delle incisioni, che diventano fondamentali per le opere con i modelli dal vivo. Alcuni critici hanno accostato all’opera altre interpretazioni oltre a quella biblica: ad esempio un possibile significato allegorico-morale, raffigurante la Chiesa Cattolica (Giuditta) che sconfigge l’eresia (Oloferne) o ancora la Virtù che vince il Male. La cosa che rimane da analizzare a livello compositivo è senza dubbio la luce, protagonista indiscussa dell’arte di Caravaggio.Nella tela l’atmosfera è surreale: la giovane donna è illuminata da un chiarore che ne risalta le caratteristiche fisiche e anche sensuali (il seno e le braccia), mentre allo stesso tempo lo sfondo scuro e la penombra ci restituiscono un senso di costrizione, paura e terrore. L’artista gioca con i contrasti, rappresentando forse anche se stesso nelle vesti del carnefice/vittima. La scena è riempita solo a destra e a sinistra, mentre al centro della scena troviamo protagoniste le mani di Giuditta, come segni della volontà e della potenza divina che agiscono contro i mali morali delle eresie e del luteranesimo.Tirando le somme possiamo dire che Caravaggio è riuscito, senza alcun dubbio, non solo a rappresentare in maniera quasi letterale l’evento biblico, ma anche a conferire alla rappresentazione figurativa anche una profonda ed irruenta carica seduttiva e di fascino, le quali attirano ed incantano giorno dopo giorno sempre più persone.
Federica Barcaglioni
Federica Barcaglioni
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